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Lussingrande

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Opera d’arte e piante rigogliose attestano l’amore dei capitano per il loco natio
(Da: “Itinerari istriani - I vol.” di Pietro Parentin)

Nell’isola di Cherso la strada che parte dal porto traghetti di Faresina, tranne nei pressi del capoluogo, corre in quota ed offre bei panorami sui due versanti dell’isola. Passata la Canovella di Ossero, nel percorrere l’isola di Lussino, la strada si avvicina alla costa orientale e sale in quota solo nei pressi di Chiusi Lussingnano o Chiunschi, costeggia quindi la Valle d’Augusto, il bellissimo e protetto porto di Lussinpiccolo e, superata quest’ultima località, scorre accanto a belle insenature e promontori attraversando splendide pinete.

Conviene lasciare il proprio mezzo di locomozione fuori dalla località e scendere in centro lungo la vecchia strada che offre uno spettacolo altrimenti non facile da cogliere. Da qui la cittadina appare d’un tratto, in modo inaspettato, proprio nel punto più caratteristico: la piazza su cui dà il Mandracchio, parte finale di una stretta insenatura che per secoli è stata nido sicuro di tante imbarcazioni. Il toponimo non deve trarci in inganno.

La cittadina è infatti più piccola della vicina Lussinpiccolo che ha l’aspetto di una vera città. Il grande sta per vecchio, maggiore d’età, come si usa dire parlando dei figli: il grande, il piccolo non certo in rapporto alla loro altezza o mole. Lussingrande ha avuto origine in concomitanza con il decadimento di Ossero nel XIV secolo, ma già prima vi poteva essere un insediamento più piccolo. I primi abitanti rimasero a lungo pastori ed agricoltori, essi provenivano dalla terraferma da dove erano sfuggiti all’incalzare dell’avanzata ottomana. La Repubblica di Venezia non ha mai ostacolato questo tipo di insediamenti, anzi possiamo dire che l’ha favorito.

Alla Serenissima non servivano territori disabitati! A questi primi abitanti ben presto si aggiunsero altri provenienti in parte da Ossero e da Chioggia dando all’economia della località una svolta decisiva. Lussingrande allora diventò centro di pescatori e, man mano che la marineria si sviluppò, centro marinaro di prim’ordine. Luogo di armatori, di capitani e di marittimi che solcavano non più solo i mari nostrani.

Era il nido ove questi ritornavano, quando potevano, a godersi gli affetti familiari. Gente non chiusa nell’ambito del villaggio, ma aperta a molteplici esperienze, gente navigata nel senso più completo della parola. Di questo status di cose ci parlano le case e le chiese che attestano l’agiatezza e l’amore per il loco natio.

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Ritornando al porto, sopra un grande piedistallo murato e una scalinata, s’erge l’imponente mole del duomo e del campanile. La chiesa, una vera pinacoteca per le opere che contiene, sarà oggetto della seconda parte di questa significativa tappa tra le nostre località.

Sullo sfondo del porto c’è la torre merlata cilindrica costruita nel XVI secolo a difesa del porto e dell’abitato, luogo di rifugio durante gli attacchi dei corsari e degli uscocchi. È il simbolo dello stemma cittadino, ma il recente restauro maldestro ne rovina il fascino antico che da essa promanava. Fuori dal nucleo che si stringe attorno alla piazza ed al mandracchio ci si trova in una città parco, tutta immersa nel verde, vie con case confortevoli e raffinate che rispecchiano il modo di vivere agiato del XIX secolo, contornate da bei giardini in cui non mancano piante esotiche frutto di viaggi in terre lontane, portano alla chiesa di Santa Maria degli Angeli, eretta nel 1566, ampliata nel 1732, arricchita anche questa, come il duomo, da donazioni. I capitani usavano comperare a Venezia dipinti provenienti da chiese che venivano chiuse al culto, ma non solo dipinti bensì anche altri arredi e all’occorrenza marmi. Segno del loro amore per il loro loco natio più ancora che per la loro casa. Tra le residenze più significative occorre ricordare quella dell’arciduca Carlo Stefano.

La residenza è circondata da un vero e proprio orto botanico, nel quale l’arciduca piantò ben 200 nuove specie importate da diversi paesi del mondo. È da chiedersi a che si deve la ricchezza di tanta vegetazione. C’è sì l’impegno di tanti naviganti che qui portavano il ricordo di terre lontane, ma c’è anche un luogo adatto, per il suo clima e la sua salubrità, ad accoglierle e farle prosperare. Lussingrande è in battuta di bora, ma il suo mare profondo (fondali tra i sessanta ed i settanta metri) è percorso dalla corrente calda che sale lungo il versante dalmato dell’Adriatico quasi privo di fiumi a differenza dal versante italiano. Lussingrande dunque vero giardino sulle rive di un mare splendido, quasi un’isola di mari lontani. Odori, sapori fanno parte dei ricordi dei lussignani che nel ritrovarsi a Trieste non mancano di far assaggiare meride in savor, olive locali, olio ed aromi genuini di una terra che è un tutt’uno con il loro modo d’essere e sentire.

La brulla Cherso qui appare molto più lontana di quanto non lo sia in realtà. Più sopra la chiesetta di San Nicolò nella parte più antica della località. La chiesa, risalente al 1400, è costruita nello stile gotico proprio delle isole di Cherso e Lussino. L’edificio è stato ingrandito nel XVIII secolo con una nuova navata mentre quella vecchia è diventata presbiterio ed il presbiterio antico è diventato sacrestia.

Dalla chiesa di S. Nicolò ci incamminiamo verso la ridente Rovensca, la località che doveva rappresentare il futuro di Lussingrande la quale cercava un porto più ampio per la sua marineria. L’ascesa di Lussinpiccolo, dotata di un porto naturale adatto alle nuove imbarcazioni, più grandi delle precedenti, lasciò incompleto tale progetto. Oggi Rovensca è un angolo di pace: odora di barche, è adornata di reti stese ad asciugare e le case, modeste e civettuole, si susseguono nelle zone soleggiate.

Un altro luogo significativo per cogliere lo spirito dei lussignani è il cimitero. Questo è posto in riva al mare presso la punta della Cappelletta che si trova all’imboccatura del porto. Il mare, così intimamente unito alla vita di questa gente che ha voluto il luogo del riposo eterno accompagnato dal mormorio dell’onda, ha una valenza viva e la sua voce, come quella del vento, aiuta a spaziare lontano, là ove cielo e terra diventano un tutt’uno.

Rimane da compiere un giro nel territorio o almeno al Monte San Giovanni con la chiesetta del 1755 posta in luogo panoramico cui si giunge per una stradina lungo la quale rimangono ancora alcune cappellette della via crucis. La salita richiede sacrificio, da qui l’utilizzo non solo a ristorare gli occhi, come usiamo fare noi, ma anche a beneficio dell’anima al cui bene i nostri padri erano sicuramente più attenti.

Per godere della vista delle coste di questa parte dell’isola di Lussino e delle isole che ne fanno corona - Oruda, Palazziole, Oriule e S. Pietro dei Nembi - civuole la barca, mezzo che non manca a Lussingrande dove si trova facilmente l’innamorato della propria terra che è ben felice di farla conoscere agli altri. La presenza italiana, nonostante il grande esodo, si fa ancora sentire e specie nella bella stagione è rimpolpata da quanti, da luoghi lontani, qui ritornano, come i vecchi capitani d’un tempo, a passare un po’ di tempo nel nido natio. Italiani abbandonati a se stessi dalle autorità che considerano il luogo del tutto croato e ciò è specialmente grave nella chiesa che qui si manifesta più che altrove portatrice di uno spirito nazionalistico che stride con l’universalità che la dovrebbe contraddistinguere. È la nota dolente che ci riporta al duomo ove i quadri della via crucis donati dal Craglietto, ragguardevoli opere di scuola veneta opera di Francesco Musolo, sono stati prima rimossi e messi in soffitta causa le scritte in italiano che recano ed ora sono esposti, ma senza le scritte. Oggi l’italiano è fatto passare per la lingua degli occupanti, prima veneti, poi italiani; ma questo falsificare la storia non è altro che segno di gretta ignoranza. Per secoli italiani e croati hanno qui convissuto in pace formando una comunità unita e nelle stesse famiglie spesso vi era l’incontro tra nazionalità diverse a cui si univa l’esperienza, derivata in molti, delle diverse genti incontrate lungo le vie del mondo. L’apertura che dà il mare, nei nuovi arrivati, legati alla terra, non trova ancora accoglienza, ma… anche queste barriere cadranno come altre se si vorrà essere cittadini di una realtà più grande!

Il titolo della chiesa parrocchiale (duomo) è dedicato a Sant’Antonio Abate, il protettore dei pastori. La prima chiesetta del 1480 venne demolita nel XVII secolo ed al suo posto fu edificata una chiesa a tre navate. Nel XVIII secolo anche questa chiesa non fu trovata rispondente al gusto, alle ambizioni ed al benessere materiale dei capitani per cui nel 1774 fu eretta quella attuale in stile barocco, semplice all’esterno, imponente e spaziosa all’interno dotato di buona acustica.

Dietro l’altare maggiore si trova il grande organo del celebre costruttore veneziano Callido. L’altare che domina il presbiterio è tutto in marmo ed è un’opera del 1774. Ai due lati le statue marmoree di S. Antonio Abate e di S. Gregorio. Alla base dell’altare la cena di Emmaus in rilievo. Adornano le pareti del presbiterio notevoli dipinti.

Tutta la chiesa è ricca di opere d’arte che meritano la nostra attenzione. Dall’entrata, sormontata dal dipinto dell’ultima cena, procedendo a sinistra, notiamo un’Addolorata; poi, sulla parete sinistra, si susseguono tra un altare e l’altro diversi pregevoli dipinti che qui non possiamo citare ad uno ad uno. Gli altari sono dedicati a S. Biagio, in marmo, opera del XVIII secolo con un bel dipinto, quello di S. Gregorio, compatrono di Lussingrande, anch’esso in marmo con il reliquiario di S. Gregorio, segue il quadro della Madonna con Bambino del Vivarini (1475) di inestimabile valore, una delle opere più insigni presenti nel duomo, e l’altare della Madonna del Carmelo, anch’essa in marmo, con un dipintodi Francesco Potenza.

Prima del presbiterio è collocata una pala d’altare della precedente chiesa. Una Madonna in trono ci introduce alla parete destra dove troviamo gli altari di S. Giuseppe, in marmo e con il dipinto dei Magi, l’altare di San Giovanni Battista, nella pala d’altare di Lattanzio Quarena è rappresentato il battesimo di Gesù; vi è inoltre una pregevole Madonna del Rosario, in marmo, opera del Salviati. Segue l’altare della Santa Croce proveniente dalla chiesa di Santa Croce a Venezia. Tale opera è in marmo con colonne in marmo nero della Mauritania. Concludono il ciclo un S. Gaudenzio, protettore della diocesi di Ossero, e l’Udienza della legazione veneta presso papa Pio V. Interessanti dipinti, su grandi medaglioni, sono collocati sul soffitto della navata, mentre sul pavimento vanno notate 121 tombe di personalità che hanno dato lustro alla cittadina. Quanto detto non vuole essere una guida all’insigne monumento, ma uno sprone a ben valutare una visita attenta a quest’opera che parla del grande amore dei capitani per la loro terra; qui infatti essi raccoglievano a gara quanto di meglio trovavano da comperare a Venezia, non solo per le loro dimore, ma specialmente per questa casa comune. Sono pagine di storia della cittadina che oggi si vuol stupidamente disconoscere. C’è un legame profondo tra Lussingrande e Venezia e lo spirito italico trasuda da ogni dove anche se lo si vuole ignorare!

Galleria immagini:

“Peregrinus”

Tratto da “Itinerari istriani” di Pietro Parentin

Nei viaggi del “Peregrinus” - pubblicati a puntate su “La Nuova Voce Giuliana”

e raccolti nei due volumi di “Itinerari istriani” - sono inoltre descritte le località e i dintorni di:

Abbazia, Albona, Antignana, Barbana, Becca, Bersezio, Bogliuno, Borrato, Brest, Briani, Brioni, Buie, Caisole, Canfanaro, Capodistria, Caroiba, Carsette, Casali Sumbaresi, Castagna, Castel Racizze, Castellier di Visinada, Castelnuovo, Castelvenere, Castelverde, Ceppi di Portole, Cerreto, Chersicla, Cherso, Cicceria, Cittanova, Collalto-Briz-Vergnacco, Colmo, comunità Ex alunni Padre Damiani, Corridicio, Costabona, Covedo, Daila, Dignano, Draguccio, Duecastelli, Fasana, Felicia, Fianona, Fiorini, Fontane, Foscolino, Gallesano, Gallignana, Gimino, Gradina, Grimalda, Grisignana, Isola d'Istria, Lanischie, Laurana, Levade, Lindaro, Lussingrande, Lussinpiccolo, Madonna del Carso, Marcenigla, Matterada, Medolino, Mlum, Mondellebotte, Momiano, Mompaderno, Moncalvo, Montona, Mormorano, Moschiena, Muggia, Neresine, Nesazio, Novacco di Montona, Novacco di Pisino, Occisla, Orsera, Ossero, Parenzo, Passo, Paugnano, Pedena, Petrovia, Piemonte, Pietrapelosa, Pinguente-Rozzo-Sovignacco, Pirano, Pisino, Pola, Portole, Portorose, Pregara, Promontore, Raccotole, Radini, Rovigno, Rozzo, Salise, Salvore, San Lorenzo d'Albona, San Lorenzo del Pasenatico, San Lorenzo di Daila, San Pietro dè Nembi, San Pietro di Madrasso, San Pietro in Selve, San Servolo, Sansego, Santa Domenica di Visinada, Sanvincenti, Sarezzo, Sbandati, Schitazza, Sicciole, Sissano, Socerga, Sovignacco, Stridone, Strugnano, Toppolo, Torre di Parenzo, Tribano, Truscolo, Umago, Valdarsa, Valle del Risano, Valle dell'Ospo, Valle d'Istria, Valmorasa, Verteneglio, Vetta, Villa Gardossi, Villa Padova, Villa Treviso, Villanova del Quieto, Villanova di Parenzo, Visignano, Visinada "Norma Cossetto", Zumasco.